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LE OPERE DI MISERICORDIA

Ogni tanto è bene riprendere in mano le verità della nostra Fede e approfondire l’immenso patrimonio religioso che ci è stato trasmesso. Tutto ciò non per fare sfoggio di cultura ma per un maggior fervore della nostra vita cristiana.
Ecco quindi che da questa domenica inizieremo a visitare le opere di misericordia spirituale e corporale, scoprendo come possiamo attualizzarle e vivere ai nostri giorni.

Le opere di misericordia spirituale

1. Consigliare i dubbiosi.
2. Insegnare agli ignoranti.
3. Ammonire i peccatori.
4. Consolare gli afflitti.
5. Perdonare le offese.
6. Sopportare pazientemente le persone moleste.
7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

DAR DA MANGIARE AGGLI AFFAMATI.

Mi sono chiesto perché le opere di misericordia corporali inizino proprio con “dar da mangiare agli affamati” e non, ad esempio, con “visitare gli infermi” o altro ancora. E penso che ciò non dipenda dal solo fatto  che uno dei primi doveri è proprio quello di fare in modo che a nessuno venga a mancare il pane quotidiano. Immagino che il senso sia più profondo e che avere fame rivesta significati molto più ampi e impegnativi di quanto non sia il semplice e facile riferimento al pane di farina, alimento quasi indispensabile per saziare la fame.

E allora cosa ci si vuol dire con la prima opera di misericordia: “dar da mangiare agli affamati”?
E poi, affamati di che cosa? Resi affamati da chi? Costretti alla fame perché? Immagino la fame di sapere di un malato in ospedale, o anche a casa, che attende con ansia di conoscere il suo stato di salute. Ma anche la fame quasi insaziabile di tutti quei familiari che accompagnano con apprensione i loro cari ad una visita medica, ad un esame invasivo, e che pendono da ogni movimento del medico, da ogni smorfia, da un sorriso, in una parola, dalla sua “sentenza”.
Penso a tutte le persone in carcere o al proprio domicilio, che attendono da anni un verdetto e hanno una grande fame di giustizia.
Penso a tutti i disoccupati ai quali può mancare anche il pane quotidiano e che hanno una grande fame di lavoro.
Immagino la fame di sapere di coloro che nella povertà in cui vivono non possono permettersi di frequentare la scuola.
Certo poi rimane davvero il pane di farina, quello che sfama la fame materiale che a troppe persone manca o è insufficiente per vivere una vita degna.
Del resto Gesù ha avuto pietà delle persone che lo seguivano e per esse ha moltiplicato i pani e i pesci; ma non ci sfugga il messaggio di quei pani che erano contemporaneamente pane materiale e pane spirituale.
Come non ricordare allora i bambini che si preparano alla prima Comunione, l’innocenza incontra l’Innocente che si è immolato per noi! Forse dobbiamo reimparare dai bambini ad aver fame di Gesù, con la loro semplicità, con una rinnovata innocenza di vita.
Infine, può accadere che ci manchi la fame del ringraziamento.
Dobbiamo essere affamati del desiderio di dire sempre un grande GRAZIE
 al Signore per il dono di Sé nel Pane Eucaristico che ci nutre e ci dà forza nel nostro cammino quotidiano.

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DAR DA BERE AGLI ASSETATI

Alcuni brani del Vangelo che probabilmente conosciamo ci introducono in questa seconda opera di misericordia, dove la sete si manifesta nel bisogno di relazioni sincere.
L’incontro di Gesù al pozzo con la Samaritana, quando stanco del viaggio, siede presso il pozzo chiedendole da bere (Gv 4,6); Gesù appeso alla croce dice: “Ho sete!” (Gv 19,28); a Gesù, appeso alla croce, vedendo che era già morto, uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua (Gv 19,34).

In particolare l’episodio della Samaritana, mi sembra esprimere il bisogno e la sete grande di relazione vera e autentica. In questo episodio, sia Gesù come la donna Samaritana, vanno al pozzo spinti dalla sete. Gesù osa mostrare il proprio bisogno, la propria impossibilità ad agire da solo, mostra la propria povertà. Solo chi condivide la medesima condizione di povertà può realmente farsi vicino all’altro. L’episodio sembra quasi volerci dire cosa ha placato la sete di entrambi: l’incontro genuino e profondo, in altre parole, proprio la relazione!
Una relazione che proprio perché autentica, ristora entrambi e dona energie nuove, il futuro è trasformante, rinasce la speranza.
Quanti incontravano Gesù, entravano in relazione con lui ne uscivano come trasformati, quasi a dire che proprio l’incontro con lui era in grado di sanare, di portare refrigerio, pace e serenità al corpo e all’anima.

La fede cristiana
ha al cuore la relazione: da persona a persona; il Dio cristiano è il Dio Persona. Ogni essere umano cerca e desidera relazioni così perché ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio e porta in sé questa impronta che è l’impronta stessa di Dio la cui essenza profonda è relazione d’Amore Padre – Figlio – Spirito Santo.
L’incontro con quanti a diverso titolo si trovano in situazioni di fatica, paura, angoscia, malattia, sofferenza, ecc., porta a riconoscere quanto grande sia la sete del cuore umano. Quanto è grande ancora oggi l’attesa, talvolta la pretesa, nei confronti della Chiesa e di quanti se ne dichiarano appartenenti. Allora con stupore e gratitudine si scoprono come vere e sempre attuali le parole di Gesù: “Alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura” (Gv 4,35).

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VESTIRE GLI IGNUDI

L’atto umano di vestire chi è nudo si fonda, per la Bibbia, sul gesto originario di Dio stesso che ricoprì la nudità umana, preparando gli abiti e poi vestendo Adamo ed Eva, dopo la loro trasgressione: “Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì” (Genesi 3,21). Questo atto di misericordia verso i due progenitori mette in risalto la premura di Dio verso di noi perché Egli sa che la nudità non significa solo esposizione alle inclemenze del tempo, ma anche umiliazione, indegnità, infermità, assenza di difese e pericolo.

Da questo interesse di Dio per noi, la Scrittura mostra così una compassione per il corpo che si esprime in comandi: “Fa parte dei tuoi vestiti a chi è nudo”
, che rientra fra gli attributi della giustizia: “Il giusto copre di vesti chi è nudo”, che sta al cuore di una prassi di digiuno autentica: “Questo è il digiuno che voglio, vestire uno che vedi nudo”.
È un atto di vera misericordia offrire abiti per poter vestire gli ignudi. Se oggi difficilmente incontriamo persone completamente nude per mancanza di vestiti, è invece possibile che qualcuno non li possa acquistare. Pensiamo, ad esempio, ad alcune categorie come gli immigrati, i malati affetti da disturbi psichici, le persone senza fissa dimora, bambini di zingari… Queste persone si rivolgono spesso a centri di raccolta per cercare un aiuto e degli indumenti. Se conosciamo questa realtà direttamente o indirettamente, quando eliminiamo i nostri abiti dismessi facciamo in modo che siano dignitosi nell’aspetto. Allora cambiare il nostro guardaroba non sarà solo l’occasione per acquistare capi nuovi e alla moda, ma sarà un segno di solidarietà e condivisione.
Non basta solo la buona volontà o il senso del dovere, che spesso fa i conti con il nostro stato d’animo, ma bisogna ricordarsi che essere coperti o vestiti ha a che fare con la dignità dell’essere umano e della sua identità. Troppo spesso dimentichiamo di porre attenzione ai gesti di aiuto che compiamo, ma sono proprio questi che ci qualificano e ci rendono degni di fiducia da parte di chi li riceve.

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ACCOGLIERE I FORESTIERI

Già nell’Antico Testamento l’ospitalità è considerata come sacra: “Siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Esodo 22, 20). In Abramo che ospita i tre pellegrini (Genesi 18) è Dio che visita l’uomo. “Quando uno straniero si stabilirà nella vostra terra, non opprimetelo. Trattatelo come se fosse uno dei vostri connazionali, dovete amarlo come voi stessi” (Levitico 19,10).

Non possiamo dimenticare che l primo pellegrino da accogliere è Gesù, che ci viene incontro e vuole entrare in dialogo con noi. Nei Vangeli Gesù è sempre in cammino e sono tanti gli episodi di accoglienza che vengono narrati. Gesù è stato pellegrino sulle vie della Palestina, assistito dalle donne e ospitato da molti: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”
(Matteo 8,20). “Zaccheo, scendi subito, perché oggi debbo fermarmi a casa tua” (Luca 19, 1-10).  È ospite in casa di Marta, Maria e Lazzaro. Alla fine Gesù dirà: “Ero straniero e mi avete accolto”.

L’accoglienza implica in primo luogo apertura e dedizione verso l’altro, ma anche la capacità di ascoltarlo e di fargli spazio nel nostro cuore.  Uno spazio nel quale si senta accettato così com’è. Ma l’accoglienza richiede anche il saper essere prossimo all’altro, il prendersi cura dell’altro. Gesù ci spiega la prossimità con la parabola del buon samaritano che passò accanto al malcapitato, “lo guardò”, “n’ebbe compassione”, “gli si fece vicino”, “e si prese cura di lui”.

La pratica della misericordia nell’accoglienza del forestiero è più che mai oggi una sorgente di guarigione: per l’uomo che la pratica, che potrà curare le ferite dell’individualismo, riscoprendo la bellezza del dono, e per il forestiero, ferito dalla diffidenza, dai diritti negati, dall’impossibilità di vivere una vita piena.

È giunto il momento di riscoprire tutta la nostra umanità, di non rimanere estranei al dolore degli altri, di ritrovare la bellezza e la gioia della vicinanza e della tenerezza.

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VISITARE GLI INFERMI

La quinta opera di misericordia corporale è visitare gli infermi. Possiamo pensare che nel verbo “visitare”, vi sia anche il verbo assistere, prendersi cura. La sofferenza e la malattia aggrediscono l’uomo come i briganti, nella nota parabola del buon samaritano, hanno aggredito il malcapitato. Con il disagio fisico, il malato sperimenta anche la solitudine che nei casi più gravi può farsi anche disperazione.

Il dolore isola.

Malattia, povertà e sofferenza feriscono la persona, aggravando il disagio fisico con quello morale.

Visitare il malato significa, allora, offrire con discrezione, amore e competenza, una vicinanza per attraversare insieme il momento della malattia, sentirsi meno solo e percepire, anche se è permanentemente infermo in un letto, di essere parte integrante e importante della comunità ecclesiale a cui appartiene.
Nel racconto evangelico del giudizio finale si legge l’ammonimento di Gesù: “Ero malato e mi avete visitato”.
È un ammonimento, perché alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore e non sulle buone intenzioni che avremo avuto.


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VISITARE I CARCERATI

Una porta chiusa alle spalle. È questa l’immagine che, più di ogni altra, permette di capire la realtà del carcere. Il carcere è una porta chiusa che vincola la libertà. La pena detentiva  è uno degli aspetti che contraddistingue, pur nella sua durezza, la civiltà: non più la legge del taglione, non più la pena di morte. Ma è, e resta, una negazione della libertà. Il carcere è fatto di mura invalicabili, solo il pensiero può non restare chiuso lì e volare altrove, a cercare voci di vicinanza, forse a cercare perdono.

L’opera di misericordia dell’andare a trovare un recluso è la tappa di un percorso interiore preciso: la scelta di rispondere ad una paternità di Dio che mi rende prossimo ad ogni “fratello più piccolo”.
Come un fratello maggiore si prende cura del più giovane senza attendersi alcuna ricompensa, anzi, talvolta brontolando per le incapacità del piccolo, così nella fede si agisce nella gratuità.

San Giovanni XXIII dopo il primo Natale da Papa visita il carcere romano di Regina Coeli. “Io metto i miei occhi nei vostri occhi”:
dice ai carcerati, e a quelli del reparto di massima sicurezza che non ha potuto incontrare di persona fa recapitare una sua immaginetta. Quel santo ha voluto l’incontro, ha scelto il contatto, ha “scardinato” la porta del carcere dopo quasi un secolo che un Papa non visitava più una prigione.

Più recente è il colloquio del 1983 di san Giovanni Paolo II con il suo attentatore. Quest’altro santo Papa chiede che gli venga aperta una porta per entrare nella spoglia cella dell’uomo che gli ha sparato.

La visita al carcerato serve all’incontro, all’ascolto, ad alleviarne la sofferenza e la solitudine, a offrire una prospettiva di vita e di speranza. Per entrambi, visitatore e visitato, l’incontro in carcere è la possibilità di dare una risposta alla domanda di senso della vita. Quella porta quindi si apre, si spalanca a Cristo.


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SEPPELLIRE I MORTI

Il Catechismo della Chiesa Cattolica così afferma: “I corpi dei defunti devono essere trattati con rispetto e carità nella fede e nella speranza della risurrezione. La sepoltura dei morti è un’opera di misericordia corporale, rende onore ai figli di Dio, templi dello Spirito Santo” (n° 2300).

Al significato e al senso della sepoltura, la tradizione cattolica ha sempre attribuito significati dettati dalla fede, per cui la morte non è la fine totale dell’esistenza, pur nel disfacimento biologico del corpo nel grembo della terra, ma segna la fine del cammino terreno e apre alla prospettiva di una vita futura inaugurata da Cristo crocifisso e risorto.
La Chiesa, costatando che le condizioni di vita sono cambiate e che molti scelgono la cremazione, puntualizza la legislazione ecclesiastica: “A coloro che avessero scelto la cremazione del loro cadavere si può concedere il rito delle esequie cristiane, a meno che la loro scelta non risulti dettata da motivazioni contrarie alla dottrina cristiana”.
Tuttavia, in relazione a tale scelta, invita i fedeli a non conservare in casa le ceneri dei familiari, ma a dare ad esse concreta sepoltura, fino a che Dio farà risorgere dalla terra quelli che vi riposano.

Ha affermato Giovanni Paolo II: “L’uomo sorge dalla terra e alla terra ritorna”
: ecco una realtà evidente da non dimenticare mai. Egli sperimenta però anche l’insopprimibile desiderio di vita immortale. Per questa ragione i vincoli di amore che uniscono genitori e figli, mariti e mogli, fratelli e sorelle come pure i legami di vera amicizia tra le persone, non si disperdono né finiscono con la morte. I nostri defunti continuano a vivere fra di noi, non solo perché i loro resti mortali riposano nel camposanto e il loro ricordo fa parte della nostra esistenza, ma soprattutto perché le loro anime intercedono per noi presso Dio.


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