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Il Libro dell'Apocalisse

IL LIBRO DELL’APOCALISSE DI SAN GIOVANNI APOSTOLO


L’ultimo Libro della Bibbia porta il nome di APOCALISSE. È un Libro per certi versi misterioso, pieno di simboli, numeri e figure che a noi possono sembrare indecifrabili. Cercheremo perciò di spiegarlo in modo da poterlo gustare ogni volta che lo sentiremo leggere in questo Tempo Pasquale.
Il nome Apocalisse deriva da un vocabolo greco “apokalypto”
che significa “rivelare”, “svelare”, “spezzare il velo”. L’autore dell’Apocalisse vuole “rivelare” il senso sotterraneo della storia, ciò che è nascosto, vuole entrare in profondità.

Innanzitutto ecco uno schema di come si suddivide questo Libro:


-  Capitoli 1 – 5: sono una specie di grande introduzione, che ha due momenti: le famose sette lettere alla chiesa (capitoli 1-3) e l’ingresso dei protagonisti, che sono: la corte celeste, l’Agnello, il Libro (capitoli 4-5).
-  Capitoli   6 –   7:
 presentano i “sette sigilli” di un libro che sono spezzati;
-  Capitoli   8 – 10:
  presentano le “sette trombe” che squillano;
-  Capitoli 11 – 15:
  presentano i “sette angeli e sette coppe”, poi all’improvviso appaiono una donna e un drago.
- Capitoli 16 – 22:
 presentano la sconfitta della grande “prostituta”, ubriaca del sangue dei martiri e il trionfo della Gerusalemme celeste.



I PERSONAGGI DELL’APOCALISSE


1. DIO PADRE
   Il primo personaggio, il più semplice, lo si vede quasi sempre dominare nel Libro: è Dio, il Padre. Giovanni ne dà una bellissima definizione: “Dio è colui che È, colui che ERA e colui che VIENE”. Attraverso questa definizione l’autore ci fa capire che Dio è al di là del tempo e domina il passato, il presente e il futuro.

2. GESU’ CRISTO
 L’autore presenta Cristo in un modo misterioso. Vediamo subito di scoprirlo leggendo i versetti 12-16 del primo capitolo: Ora, appena mi voltai per vedere colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ad essi uno simile a figlio di uomo. Indossava una tunica lunga ed era cinto all’altezza del petto con una fascia dorata. I capelli della sua testa erano bianchi, simili a lana candida, come neve. I suoi occhi erano come fiamma ardente. I suoi piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, quando è stato purificato nel crogiolo. La sua voce era simile al fragore di grandi acque. Nella sua mano teneva sette stelle, mentre dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio. Il suo aspetto uguagliava il fulgore del sole in pieno meriggio”.


Fermiamoci su ogni simbolo.
“Sette”
è il simbolo della perfezione; il “candelabro” è il simbolo del culto, della preghiera. Abbiamo dinanzi perciò l’idea di tutta la Chiesa che sta pregando. In mezzo ai candelabri cera “uno simile a figlio di uomo”; qui l’autore cita una pagina dell’Antico Testamento, usata spesso da Gesù, quella del capitolo 7 di Daniele. Essa ci presenta una figura misteriosa che è sulle nubi del cielo davanti a Dio ed è quasi un figlio di uomo. Ma il lettore cristiano applicava il passo a Cristo. Egli appare come una figura avvolta in abito lungo fino ai piedi e cinta al petto con una fascia d’oro. È l’abbigliamento classico sacerdotale: la veste talare, la fascia segno di dignità e l’oro simbolo dell’eternità. Nell’Apocalisse il bianco è il colore dell’eternità. Allora i capelli bianchi, candidi come la lana, sono il segno dell’eternità: il “figlio dell’uomo” è eterno come Dio.

Per indicare l’eternità di Dio Padre il libro dell’Apocalisse ha usato anche un’immagine che è diventata una specie di sigla che abbiamo messo spesso sulle nostre tombe per esprimere il nostro bisogno di immortalità: Dio è l’alfa e l’omega,
la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto che in sé raccoglie ogni parola.

Il testo del capitolo 1 continua così:
Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, simbolo della divinità; i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, il bronzo è un altro dei gradi della solidità, un grado minore dell’oro”. Cristo non è tutto d’oro, ha nell’interno anche una specie di venatura, la venatura della nostra stessa realtà di uomini.

“La voce era simile al fragore di grandi acque”.
Le acque della tempesta sono le acque del giudizio, quando il mondo sarà o totalmente avvolto dal fuoco o sarà sommerso da un’ondata travolgente che si sprigionerà dall’abisso. Il Signore è il sovrano la cui voce è un ordine che vince il nulla, è più forte del rumore delle acque distruttrici.

“Nella destra teneva sette stelle”,
sono le sette chiese, le sette comunità alle quali l’autore indirizzerà un messaggio nel nome di Gesù.

“Dalla bocca gli usciva una spada”.
Nell’Antico Testamento si prevedeva che il futuro Messia avrebbe avuto una bocca che appena pronuncia una parola, essa diventa la spada che castiga l’ingiusto, la verga che colpisce l’iniquo. L’immagine è ereditata dall’Apocalisse: la bocca di Cristo, cioè la sua parola, è un giudizio reale, efficace, è una spada a due tagli che divide e che guarisce, è una spada che passa nell’interno del cuore degli uomini.

3. LA CHIESA  
    Il terzo personaggio è la Chiesa: sette chiese sono davanti a noi con tutto lo splendore, ma anche con tutte le loro miserie. Il Libro dell’Apocalisse dipinge spesse volte il grigiore di alcune comunità cristiane. Noi leggeremo, ad esempio, un testo durissimo contro la chiesa tiepida di Laodicea, che non ha nulla dentro di sé, neppure la coscienza del male e del suo vuoto.

4. I SIMBOLI E I NUMERI
    L’Apocalisse ha un gusto particolare per i simboli animali. Spesso si tratta di simboli terribili. Soprattutto domina quel terribile drago che vedremo di interpretare, perché dietro quel simbolo si nasconde un messaggio.
Un altro simbolo è quello cosmico:
gli arcobaleni, le città splendide, gli astri che battagliano tra loro nel cielo.
Un posto di rilievo in questo Libro è occupato dai numeri.
Tanti numeri li conosciamo perché sono stati ereditati dall’Antico Testamento: il 7 è simbolo di perfezione; il 12 incarna le dodici tribù d’Israele. Ma l’Apocalisse va ol-tre: 1.000 è un numero sterminato; 12x12=144 è un numero super-perfetto; 144.000 eletti, è una miscela di numeri per indicare una perfezione che esplode da tutte le parti.
Dall’altra parte noi ci incontriamo anche con quel numero che è il segno dell’assoluta imperfezione, è la cifra della bestia 666; il 7 meno 1 tre volte. Sapendo che 7 meno 1 è simbolo della totale imperfezione, viene riportato tre volte: la bestia è il nulla, la negazione del bello, del bene, della vita.

LE SETTE LETTERE ALLE CHIESE: capitoli 1-3     Entriamo ora in maniera diretta all’interno della prima parte del Libro dell’Apocalisse. Cominciamo il nostro viaggio nelle sette città della costa egea dell’Asia Minore: Efeso, Pergamo, Laodicea, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Smirne. In queste città c’erano delle comunità cristiane alle quali San Giovanni indirizza delle lettere. Alcune comunità sono lodate, altre rimproverate. Non potendo fermarci su tutte prenderemo in considerazione la lettera indirizzata alla chiesa di Laodicea.

LETTERA ALLA CHIESA DI LAODICEA (capitolo 3,14 e ss.) La città di Laodicea si trovava in Asia Minore (attuale Turchia), ed era una città soprattutto commerciale, molto ricca perché situata in un’area fertile.

Qui viveva una comunità cristiana vivace. L’autore dell’Apocalisse si rivolge a questi cristiani presentando la figura di Cristo con un altro nome, “l’Amen”, potremmo dire il grande “Sì”:
“Così parla l’Amen, il testimone fedele e verace, il principio della creazione di Dio”.
Dopo essersi presentato, l’Amen comincia subito la sua accusa; non c’è la lode iniziale come nelle altre lettere, ma subito l’attacco. Esso nasce proprio dalla civiltà del benessere e sappiamo che nella civiltà del benessere non si combatte Dio ma semplicemente lo si dimentica.

Ecco allora il giudizio che potrebbe essere anche riservato alle nostre società consumistiche: “Conosco le tue opere; tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi o freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla; ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo”.

L’uomo del benessere è cieco e crede di vedere, è rivestito splendidamente, mentre in realtà è nudo. Ecco che allora l’autore passa dall’analisi dei difetti ad un’esortazione: “Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco”
. Sappiamo che l’oro è simbolo dell’amore puro, senza incrinature, purificato.
“Vesti bianche per coprirti e nascondere la vergogna della tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista”.

Normalmente in Oriente, le vesti sono il simbolo della persona; quindi l’autore vuol dire: ti consiglio di avere un’altra natura, un’altra persona, “bianca”, appartenente al nuovo regno. Si passa poi all’appello finale alla conversione. L’Apocalisse è un libro di grande speranza. Ora, anche nella città di Laodicea, la città più condannata, si dà un messaggio di speranza:
“Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui, ed egli con me”.
Nella Bibbia la cena è il solenne simbolo della comunione definitiva con Dio.


LO SCONTRO TRA LA DONNA E IL DRAGO


Visitiamo ora il capitolo dodicesimo dell’Apocalisse dove si trova descritto lo scontro tra la Donna e il drago. Questo brano viene letto nella liturgia della solennità dell’Assunta.
Ecco alcuni versetti:
"Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul suo capo: era incinta e gridava in preda alle doglie e al travaglio del parto. E un altro segno apparve nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna. Sulle teste vi erano sette diademi; la sua coda trascinava dietro un terzo degli atri del cielo e li precipitava sulla terra. Il dragone si pose di fronte alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino non appena fosse nato".

Innanzitutto la Donna: chi è questo personaggio misterioso? Per capirlo dobbiamo vedere i simboli che la avvolgono: il sole, la luna e le stelle. Ci sono due salmi, il 72 e l’89 nei quali si presenta il regno del futuro Messia, come un regno che sfida il sole e la luna, durando più di essi, e perciò è eterno. Le dodici stelle rappresentano gli Apostoli, il nuovo popolo di Dio. Perciò la Donna è il simbolo della Chiesa Madre. Naturalmente la tradizione cristiana ha attribuito questa immagine anche alla Vergine Maria, colei che ha generato in Cristo il nuovo popolo di Dio.
Il secondo personaggio è il Figlio.
Dopo il travaglio, la Donna genera il Figlio. C’è il pericolo che il drago divori questo Figlio e allora bisogna che la Donna si ritiri nel deserto. Il deserto nell’antico Testamento è il luogo nel quale si crea lentamente la comunità libera di Israele. Il Figlio generato nella Comunità-Chiesa si chiama Cristo. Abbiamo quindi la Chiesa e suo Figlio, Gesù: entrambi vivono l’esperienza drammatica del deserto, entrambi sono insidiati, ma solo per un periodo. La prova non è infinita, il male non può prevalere.
Il drago,
è descritto come rosso e sanguinario, segno della violenza. Esso con la sua coda getta a terra una parte delle stelle. È la dissacrazione: il drago riesce ad incidere anche all’interno della comunità, butta a terra le stelle simbolo dei credenti. Contro di lui si alza solo la forza della Donna, cioè la debolezza scelta da Dio; eppure il drago non riesce a sopraffare né la Donna né le stelle. Nella descrizione il drago ha sette teste e sette corone: sono il simbolo del potere più grande e più violento.
Si può dire che nel drago si concentrino tutte le energie violente della storia, tutte le prevaricazioni del potere, che sono dipinte in maniera mostruosa.

L’ULTIMA PAGINA DELL’APOCALISSE


Concludiamo la nostra breve lettura dell’Apocalisse con l’ultima pagina che possiamo considerare come la firma che l’Autore mette alla sua opera. Questo segno-firma noi lo troviamo negli ultimi versetti dell’Apocalisse, dal 17 in avanti. Si tratta semplicemente di una parola:
“Lo spirito e la sposa, Dio e Gerusalemme, dicono: Vieni, e chi ascolta ripeta: Vieni. Chi ha sete venga, chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita. Colui che attesta queste cose dice: Sì verrò presto. Amen. Vieni Signore Gesù! La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen”.

Sottolineiamo questo verbo: VIENI. Il libro dell’Apocalisse è il libro della storia e della speranza. Il fiume della vita non scorre ancora nelle nostre città; noi ora non possediamo la Gerusalemme celeste, siamo sempre in tensione, la nostra volontà è sempre in tensione, deve camminare sempre e andare oltre.

In questo itinerario il cristiano ripete una preghiera che san Paolo ci ha conservato nell’originale aramaico. Si tratta di due parole che vengono unificate in un unico suono: MARANATHA’. I cristiani vivono sotto l’impero di Roma, sotto il groviglio della storia di cui non riescono a trovare ora il senso. Perciò continuano a invocare: Maranà tha! La Gerusalemme celeste pura, limpida e santa non è proprio possibile? Il Signore promette: Sì, verrà, con la mia venuta.

La stessa parola pronunciata in un altro modo, Maranà tha, contiene la certezza che ormai qualcosa è già iniziato con la venuta di Cristo. E allora noi possiamo, sì, invocare Maranà tha, Signore, vieni, ma abbiamo anche una speranza realizzata già ora: Maran athà, il Signore è venuto.

Il libro dell’Apocalisse ci ripete: non importa che Babilonia trionfi, io credo nella Gerusalemme celeste, anche se questa città Dio non l’ha ancora mostrata e dobbiamo solo sperarla.

Dell’Apocalisse abbiamo letto solo alcuni pezzetti. Abbiamo ripetuto continuamente che questo libro ci dice che la fine del mondo non avverrà per cataclismi. Non valgono previsioni o pronostici, perché, come aveva detto anche Gesù: “Neppure il Figlio dell’uomo conosce quel giorno e quell’ora”.
Tutti quelli che leggono in senso materiale la Bibbia si preoccupano di queste banalità cronologiche; a noi non devono interessare. Il libro dell’Apocalisse è il libro della fedeltà all’oggi, alla storia, alla lotta contro le ingiustizie e le oppressioni.
È la speranza nelle realtà di questo mondo perché in sé hanno il germe dell’eternità; la certezza che esiste un cammino nella storia e che esiste un traguardo di gioia e di luce.

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